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Hockey: chi scappa paga

Hockey: chi scappa paga
Hockey: chi scappa paga

Venerdì, 18 gennaio 2013

Stagione agonistica terminata, l’atleta scappa via: danno alla società, che può trattenere parte dell’ingaggio

Campionato finito. Perché la squadra non centra l’obiettivo dell’approdo alla fase finale del torneo, quella più ambita, ossia semifinali e finali per la conquista del ‘tricolore’. Ma ciò non può rappresentare un ‘via libera’ per l’atleta. Conta, certo, la chiusura della stagione agonistica, ma conta, ancor di più, il vincolo contrattuale. Ecco perché la ‘fuga’ all’estero rappresenta una lesione all’immagine della società sportiva, che può, quindi, legittimamente reagire, e non versare all’atleta tutto l’ingaggio (Cassazione, sentenza n. 1150/2013, Sezione Lavoro, depositata oggi).

‘Stelle e strisce’. Troppo forte il richiamo degli States per lo straniero di una squadra di vertice del massimo campionato italiano di hockey su ghiaccio: ecco spiegata la decisione della risoluzione consensuale del contratto biennale, dopo la prima stagione in Italia. E fin qui nulla quaestio... Ma la voglia dell’atleta di bruciare le tappe, tanto da anticipare la fuga in America per poter giocare in un altro club, rappresenta un errore decisivo. Tale da giustificare la decisione della società di non corrispondere le ultime due rate dell’ingaggio.

Proprio questa è la visione adottata dai giudici italiani, sia in primo che in secondo grado: in un’aula di giustizia, difatti, le rimostranze dell’atleta vengono considerate senza alcun fondamento. Perché, come da contratto, all’atleta era imposto «di giocare esclusivamente» per il club italiano ed era vietata la «partecipazione ad altri tornei durante il periodo di validità del contratto», e la scelta dell’atleta di legarsi con una formazione statunitense (tanto da disputare ben cinque partite) «mentre era ancora in corso il campionato italiano», era valutabile come «danno all’immagine, tale da giustificare la risoluzione del contratto ed il risarcimento del danno».
Quindi, per i giudici di Appello, l’atleta «andò in America» ben prima della chiusura del contratto, e ciò «costituiva violazione dei suoi doveri sportivi, da cui la società aveva tratto le debite conseguenze».

Azione e reazione. E anche nell’ultimo grado di giudizio l’atleta deve subire una cocente sconfitta: per i giudici di Cassazione, che rigettano il ricorso, difatti, è pienamente condivisibile e condivisa l’ottica adottata in Appello. Perché l’«inadempimento del giocatore era oltremodo grave», tanto da provocare un «danno» alla società di appartenenza, e ciò aveva reso legittimo il «comportamento della società», ossia il «mancato pagamento delle ultime due rate». È logico, inadimplenti non est adimplendum, sottolineano i giudici.
E questo ragionamento non può essere minato neanche dal richiamo alla chiusura effettiva della stagione agonistica della squadra, fuori, come detto, dalla corsa per il ‘tricolore’. Assolutamente «ininfluente il fatto che il campionato italiano fosse già praticamente cessato»: la ‘fuga’ dell’atleta per «giocare con una squadra americana», a marzo, e in presenza di un «contratto biennale» con la società italiana, che scadeva «nel successivo mese di giugno», rappresenta comunque una «violazione dell’obbligo assunto».